ROPPO ( = sei cànoni o princìpi di HSIEH HO )

Lo scrittore cinese Hsieh Ho, all’inizio del 500 d.C., scrisse un trattato intitolato:

Note sulla classificazione degli antichi dipinti

in cui fissava i cànoni della pittura del suo tempo sotto forma di sei princìpi .

Col passare del tempo, le sue sei regole vennero utilizzate anche per giudicare l’estetica della calligrafia per poi essere usate nel giudizio di tutte le arti ossia queste sei regole formarono la base di giudizio estetico delle tradizioni artistiche della cultura cinese.

Importate in Giappone nel periodo Kamakura (1185–1333) dai monaci Zen, le sei regole furono la base di giudizio per tutte le forme d’arte tradizionale (ikebana compreso).

Le sei norme sono in ordine d’importanza decrescente, dalla 1ª    (quella di più alto valore artistico) alla 6ª (quella con cui i principianti iniziano).

1ª KI-IN-SEI-DO: stato d’animo, forza vitale, espressione spirituale

L’artista deve percepire la circolazione della Forza Vitale (Ki) sua e della natura dell’opera, identificandosi con essa.

Concetto d’ideale artistico completamente differente da quello occidentale, poiché afferma che se l’opera non è un’espressione dello spirito essa non può essere definita opera d’arte.

 

2ª KOPPO-YOSHITZU: uso del pennello “ridotto all’osso”.

L’artista deve saper cogliere l’essenziale mettendo in evidenza le LINEE strutturali, le ossa, dell’opera tralasciando il superfluo.

Per l’ikebanista significa sfoltire i vegetali, evidenziando le linee e le masse in modo oculato.

Le altre quattro regole sono principalmente tecniche

3ª Ohbutsu-Shokei: dare somiglianza in modo conforme all’oggetto

L’artista deve tracciare la forma in conformità alla natura dell’opera.

Per l’ikebanista è il rispetto delle caratteristiche del vegetale scelto, il posizionarlo considerando la sua posizione naturale di crescita ma anche come questo vegetale è rappresentato nell’immaginario e nella tradizione pittorica giapponese.

 

 

4ª Zuirui-Fusai: uso del colore

L’artista deve applicare il colore in conformità alla natura dell’opera.

Per l’ikebanista è la scelta e associazione del colore dei vegetali.

5ª Keiei-Ichi: composizione spaziale

L’artista organizza la composizione assegnando agli elementi la giusta collocazione.

Per l’ikebanista è il rispetto degli Stili/kata  dettati dalla Scuola e l’equilibrio fra le masse e i volumi dei vari vegetali

6ª Den i-Mosha: trasmissione dell’esperienza del passato con la copiatura

Il principiante deve iniziare copiando le opere dei maestri cercando di trasmettere “l’essenza del pennello” e dei modi del maestro, ossia la copia deve trasmettere le emozioni e le idee del maestro cioè il suo Ki.

Per l’ikebanista è il copiare gli Stili/kata della Scuola.

 

Il copiare, nella cultura occidentale, è visto in senso negativo. Per l’ikebanista è importante il copiare gli schemi compositivi mostrati dagli insegnanti. Questa copiatura ha diverse funzioni, sia fisiche che psicologiche :

-permette un apprendimento graduale della padronanza dei movimenti (uso delle forbici, tecniche d’ancoraggio, modifica del vegetali, ecc.)

-il confronto con un modello contribuisce a diminuire l’irruenza espressiva dell’allievo e, più in generale , la sua presunzione.

-la copiatura permette all’allievo di incorporare l’essenziale, il “soffio vitale”, il Ki dell’opera originale.

Nell`epoca Sung (960-1279), sempre inerenti la pittura ma estendibili a tutte le arti, i Sei Cànoni venivano espressi dai:

SEI PRINCÌPI FONDAMENTALI:

1. L’azione del Ki e l’energico lavoro del pennello procedono di pari passo.

Per l`ikebanista l’uso delle forbici procede di pari passo all`azione del Ki.

2. Il disegno di base dev’essere fedele alla tradizione.

L’ikebanista dev’essere fedele ai kata, agli stili della sua scuola.

 

3. L’originalità non deve tenere in spregio il Li, principio o essenza delle cose.

 

Per l’ikebanista è il rispettare la natura del vegetale e la sua posizione naturale di crescita.

4. Il colore, quando venga usato, deve costituire un fattore di arricchimento.

Per l’ikebanista è più importante la struttura compositiva che viene arricchita dal colore dei vegetali scelti con oculatezza.

5. Il pennello dev’essere tenuto con spontaneità.

La forbice dev’essere tenuta con spontaneità.

6. Imparare dai maestri ma evitarne gli errori.

 

Nella pittura il Ki è dato dal “muoversi del pennello”, hippo in giapponese, nelle mani dell’artista.

Nella tradizione giapponese un’opera d’arte veniva definita tale nel momento in cui si è in grado di distinguere la presenza del Ki dell’artista nella sua opera (o nella composizione nel caso dell’ikebanista).

Se pensiamo invece alla forma espressiva dell’Ukiyo-e, xilografie del periodo Edo che rappresentano la vita popolare, teatrale e leggendaria, vediamo che al suo apparire non era reputata opera d’arte dalla classe colta giapponese. Il motivo di questa mancata considerazione stava proprio nell’assenza di riconoscimento della presenza del Ki in questa forma di arte.

 

La classe colta dell’epoca riteneva infatti che la sensibilità artistica della pennellata venisse persa nella realizzazione dell’intaglio del legno della matrice. Anche nel caso in cui l’intaglio fosse perfetto, nella matrice essi vedevano rimanere solo l’ombra della sensibilità e della capacità dell’artista nell’uso del pennello; dunque un’opera senza una chiara individuazione del Ki non poteva essere considerata opera d’arte. Oltretutto i temi trattati dall’Ukiyo-e erano considerati troppo popolari, mancando quindi di soddisfare i requisiti di eleganza e raffinatezza richiesti dal gusto nobile.

 

Non essendo quindi apprezzate come forma artistica le xilografie Ukiyo-e vennero usate come noi usiamo i vecchi giornali per impacchettare i manufatti spediti all’estero: tale fortuito evento ha permesso la scoperta dell’Ukiyo-e in Occidente.